Le dichiarazioni rilasciate ieri dal Procuratore Nicola Gratteri hanno avuto l’effetto di una granata lanciata in un campo già minato. Affermare che “voteranno ‘Sì’ gli imputati e la massoneria deviata” al prossimo Referendum sulla Giustizia non è solo una frase forte: è uno spartiacque comunicativo che merita un’analisi fredda, slegata dalle tifoserie del “Sì” e del “No”.
Se il merito delle preoccupazioni di Gratteri – ovvero il rischio che la separazione delle carriere indebolisca l’azione penale – è tema di legittimo e necessario dibattito tecnico, la forma scelta per esprimerlo rappresenta una sgrammaticatura istituzionale che rischia di ottenere l’effetto opposto a quello sperato.
La criminalizzazione dell’opinione altrui
Il cuore del problema politico sollevato dalle parole del magistrato risiede nella criminalizzazione preventiva dell’elettore. In una democrazia matura, il cittadino che si avvicina alle urne per esprimere un parere su una riforma costituzionale non può essere incasellato nelle categorie di “imputato” o “deviato” solo perché la pensa diversamente dall’autorità giudiziaria.
La successiva precisazione di Gratteri (“Sulle mie dichiarazioni c’è malafede per alzare lo scontro”) tenta di arginare l’incendio, ma non cancella la percezione iniziale. Il danno, in termini di serenità del dibattito, è fatto. Ridurre una questione costituzionale complessa a uno scontro tra “Giusti” e “Collusi” non aiuta il Paese a capire, ma serve solo ad alzare barricate.
Il paradosso: conformarsi ai toni della controparte
L’aspetto più interessante, e forse più amaro, di questa vicenda è il paradosso comunicativo. Gratteri, simbolo della lotta alla criminalità e baluardo di legalità, nel difendere la magistratura dagli attacchi della politica, ha finito per adottare lo stesso registro linguistico che spesso viene imputato alla propaganda più aggressiva della destra.
Se da una parte si accusa la maggioranza di condurre una “campagna d’odio” contro le toghe, rispondere con slogan altrettanto violenti e generalizzanti significa, di fatto, conformarsi a quel metodo. Significa scendere nell’arena politica abbandonando la terzietà del linguaggio giuridico per abbracciare la clava del populismo verbale.
In questo scenario, il contenuto tecnico – che pure esiste ed è fondamentale – viene inevitabilmente oscurato dal rumore della polemica. E in un Paese che si appresta a votare su temi cruciali per il suo futuro, il rumore è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.
