A Castellammare di Stabia la politica non dorme mai, specialmente quando su Palazzo Farnese aleggia lo spettro della Commissione d’accesso e le tensioni interne al Partito Democratico rischiano di far saltare il banco. L’atteso vertice di ieri sera, che avrebbe dovuto sancire la fine dell’esperienza amministrativa targata PD al fianco del sindaco Luigi Vicinanza, si è trasformato in un braccio di ferro tattico. Da una parte i vertici regionali e nazionali, preoccupati dall’inchiesta DDA, dall’altra la “base” eletta, forte dei numeri e del consenso, che non ha alcuna intenzione di abbandonare la nave.
L’incontro, definito “costruttivo” dai protagonisti ma di fatto inconcludente, ha cristallizzato una spaccatura che attraversa il cuore dei Dem campani. Tra diktat romani e resistenza locale, ecco cosa sta succedendo nella città delle acque.
Il Vertice della Discordia: Nessun passo indietro
L’atmosfera era tesa. Al tavolo si sono seduti i massimi dirigenti del partito: il segretario regionale Piero De Luca, la presidente Teresa Armato e il commissario cittadino Francesco Dinacci. Dall’altra parte, il “muro” dei consiglieri comunali che sostengono la maggioranza: il presidente del consiglio Roberto Elefante, Giusy Amato e Valeria Longobardi.
La linea del partito, dettata giorni fa anche dall’eurodeputato Sandro Ruotolo, era chiara: uscire dalla maggioranza, staccare la spina all’amministrazione Vicinanza e prendere le distanze in attesa degli esiti del lavoro della commissione prefettizia. Una strategia di “autotutela” politica preventiva. Ma la risposta dei consiglieri locali è stata altrettanto netta: noi restiamo.
«Nessuno ha convinto l’altra parte», ha ammesso candidamente Roberto Elefante al termine della riunione. «C’era bisogno di ascolto reciproco. Capiamo le preoccupazioni del partito per l’arrivo della commissione d’accesso, che è un processo indipendente dalla politica, ma abbiamo esposto le nostre ragioni». In sintesi: dialogo sì, ultimatum no. La situazione rimane congelata, un “cessate il fuoco” momentaneo che permette al sindaco Vicinanza di guadagnare tempo prezioso.
La conta dei voti: perché i “Ribelli” pesano così tanto
Perché i vertici del PD, solitamente rapidi nell’imporre la linea, non hanno forzato la mano con espulsioni o rotture definitive? La risposta sta tutta nella matematica elettorale. Elefante, Amato e Longobardi non sono semplici consiglieri, ma rappresentano la vera forza motrice del PD stabiese.
Alle ultime elezioni, questo terzetto ha catalizzato circa 2.000 preferenze, ovvero la metà esatta dei 4.000 voti totali raccolti dal Partito Democratico in città. Metterli alla porta significherebbe decapitare il partito sul territorio, perdendo figure storiche e radicamento. Un rischio che, evidentemente, nemmeno Piero De Luca si è sentito di correre a cuor leggero. La loro esperienza amministrativa (Elefante e Amato sono politici di lungo corso) è un capitale che il Nazareno non può liquidare con una semplice nota stampa.
Il caso Tuberosa e la spaccatura interna
L’unico a seguire fedelmente la linea della segretaria Elly Schlein è stato Giovanni Tuberosa. Arrivato al vertice in un secondo momento, il consigliere ha ribadito la sua totale adesione alla richiesta di dimissioni del sindaco e di uscita dalla maggioranza. Tuberosa incarna l’ala “purista” del partito, quella che ritiene politicamente inopportuno governare sotto l’indagine di una commissione d’accesso per infiltrazioni camorristiche.
Questa posizione, però, lo isola dai suoi colleghi di gruppo, creando una situazione paradossale: un PD con un piede fuori (la linea ufficiale e un consigliere) e tre piedi dentro (la maggioranza del gruppo consiliare).
Lo scenario: Vicinanza e il “Campo Largo” in frantumi
Mentre il PD litiga, il sindaco Luigi Vicinanza osserva dalla finestra di Palazzo Farnese. La sua strategia è pragmatica: andare avanti finché ci sono i numeri in aula. E i numeri, per ora, sembrano reggere proprio grazie alla “resistenza” dei tre consiglieri dem e al supporto delle liste civiche.
Tuttavia, il quadro politico attorno a lui sta mutando. Il Movimento 5 Stelle ha già fatto un passo di lato, uscendo organicamente dalla maggioranza ma garantendo un appoggio esterno “caso per caso”, votando secondo coscienza sui singoli provvedimenti. Anche Azione, con Vincenzo Ungaro, mantiene una linea di galleggiamento. La coalizione di centrosinistra, quel “Campo Largo” che doveva essere un modello, a Castellammare è diventato un mosaico instabile.
L’Ombra della Commissione d’Accesso
Sullo sfondo di queste manovre di palazzo, resta il macigno più pesante: il lavoro della Commissione d’Accesso inviata dal Prefetto. L’organo ispettivo sta setacciando atti e delibere per capire se la criminalità organizzata abbia condizionato la vita amministrativa dell’ente. È questo il vero convitato di pietra al tavolo del PD.
I vertici nazionali temono che un eventuale scioglimento del comune per mafia, con il PD in giunta, possa macchiare l’immagine del partito a livello nazionale. I consiglieri locali, invece, difendono l’operato dell’amministrazione e chiedono di non processare politicamente una giunta prima ancora che la legge faccia il suo corso.
Cosa succederà ora?
Il verdetto è rimandato. «Dobbiamo capire tutti come affrontare questi mesi, ci rivedremo», ha chiosato Elefante. La sensazione è che si navighi a vista. Se la Commissione dovesse accelerare o se dovessero emergere nuovi dettagli dalle inchieste della DDA, la tregua armata dentro il PD potrebbe saltare in un istante. Fino ad allora, Castellammare resta sospesa tra la voglia di governo e la paura del baratro.
