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Scandalo Referendum: Magistrati in piazza a caccia di voti! Da Gratteri a Bobbio, la giustizia ha perso la sua imparzialità?

by Pietro Di Marco
26/02/2026
in Politica
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Referendum sul si e no politicizzato
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Le urne si preparano ad aprirsi per il delicatissimo referendum del 22 e 23 marzo, un appuntamento cruciale che chiama gli italiani a esprimersi su questioni che incideranno profondamente sull’assetto del nostro Paese. Tuttavia, l’attenzione pubblica non è monopolizzata solo dai quesiti referendari in sé, ma da uno spettacolo a dir poco sconcertante che si sta consumando nelle piazze, nei salotti televisivi e sui social network: la discesa in campo, a gamba tesa, dei magistrati. Toghe che svestono l’abito dell’imparzialità per indossare la casacca del tifoso politico, facendo attivamente campagna elettorale per il Sì o per il No.

Questa anomalia tutta italiana solleva un interrogativo drammatico che mina le fondamenta stesse dello Stato di Diritto: se chi è chiamato a giudicare si schiera apertamente e ferocemente in una contesa elettorale, che fine fa la terzietà della legge?

La politicizzazione della magistratura: il punto di non ritorno

Siamo onesti: la politicizzazione della magistratura non è certo una novità scoppiata oggi. Chiunque conosca le dinamiche del Consiglio Superiore della Magistratura sa bene che le “correnti” (di destra, di centro e di sinistra) governano da decenni le nomine, le promozioni e le dinamiche interne dei palazzi di giustizia. È un segreto di Pulcinella. Tuttavia, ciò a cui stiamo assistendo in vista del referendum 22 e 23 marzo rappresenta un salto di qualità inaccettabile.

È il primo vero, sfacciato passo verso una politicizzazione “da palcoscenico”. Fino a ieri, l’appartenenza politica di un giudice o di un pubblico ministero era sussurrata, deducibile, confinata alle dinamiche interne o a colti editoriali sulle riviste giuridiche. Oggi, la pratica di fare campagna elettorale apertamente, invitando i cittadini a votare in una direzione o nell’altra, trasforma le toghe in capipopolo. Questo atteggiamento azzera del tutto la necessaria percezione di imparzialità che ogni cittadino dovrebbe avere quando entra in un’aula di tribunale.

Da Gratteri ai magistrati di destra: l’errore della faziosità

Il fenomeno, purtroppo, è trasversale. Da una parte troviamo figure mediaticamente ingombranti e venerate da una certa parte politica come Nicola Gratteri. Un magistrato simbolo della lotta alla criminalità organizzata che, tuttavia, non disdegna di esprimere posizioni tranchant, schierandosi con forza contro riforme garantiste e influenzando pesantemente l’opinione pubblica con il carisma del “giustiziere”. L’atteggiamento di Gratteri, per quanto mosso da nobili intenti investigativi, finisce per polarizzare l’elettorato, diventando a tutti gli effetti un manifesto politico vivente.

Dall’altra parte della barricata, lo scenario non è migliore. Assistiamo a una folta schiera di magistrati di destra che promuovono il Sì con una foga degna dei migliori comizianti di partito. L’impegno febbrile per orientare il voto referendario trasforma le toghe in attivisti, piegando il prestigio della funzione giudiziaria agli interessi di una fazione. In entrambi i casi, il danno d’immagine per la giustizia italiana è incalcolabile.

L’inquietante dilemma: come può sentirsi tutelato un cittadino?

Arriviamo così al cuore del problema, la domanda che ogni italiano dovrebbe porsi prima di andare a votare al referendum del 22 e 23 marzo: quanto questo attivismo mina la fiducia dei cittadini? La legge è (o dovrebbe essere) uguale per tutti. Un magistrato non deve solo “essere” imparziale, ma deve anche “apparire” tale.

Se un giudice o un PM passa i mesi precedenti al voto a fare comizi, a scrivere post incendiari sui social o a rilasciare interviste schierate per il Sì o per il No, cosa succede il giorno dopo il referendum? Immaginiamo che una persona di estrazione politica diametralmente opposta a quella manifestata dal magistrato finisca indagata o giudicata da quest’ultimo. Come potrà mai sentirsi tutelata? Come potrà credere che il giudizio sarà basato esclusivamente sui codici e sulle prove, e non viziato da un pregiudizio ideologico? La pratica di fare campagna elettorale da parte di chi detiene il potere giudiziario è il veleno che uccide la garanzia del giusto processo.

Il caso Campania: la crociata di Luigi Bobbio

Per comprendere l’assurdità della situazione, basta guardare a ciò che sta accadendo in Campania. Qui, uno dei magistrati più attivi nella promozione del Sì è Luigi Bobbio. Il suo profilo è l’emblema del cortocircuito tra politica e giustizia: già senatore di Alleanza Nazionale, già sindaco di Castellammare di Stabia sostenuto dal centrodestra, e poi tornato a indossare la toga. Le porte girevoli tra aule di giustizia e palazzi della politica sono un male storico italiano, ma il comportamento attuale sfiora il paradosso.

Oggi Bobbio va diffondendo il verbo pro Sì letteralmente di comune in comune. Si muove con lo zelo e l’insistenza di un “testimone di Geova” del referendum, organizzando incontri, tenendo arringhe pubbliche e cercando di convincere gli elettori con un fervore prettamente politico. Un magistrato in servizio che agisce come un segretario di partito in piena campagna elettorale. È la rappresentazione plastica di una magistratura politicizzata che non si nasconde più, ma che anzi rivendica il diritto di guidare le masse verso le urne.

Conclusione: un referendum che segna uno spartiacque

Il referendum 22 e 23 marzo passerà, i voti verranno contati e avremo un risultato. Ma la ferita inferta alla credibilità delle istituzioni resterà aperta a lungo. L’attivismo sfrenato di queste settimane ha certificato che la divisione dei poteri in Italia è sempre più sfumata. Non è accettabile che la bilancia della giustizia venga usata come un megafono per fare proselitismo. Se i magistrati vogliono fare politica, hanno tutto il diritto di farlo: si dimettano, si candidino e si sottopongano al giudizio degli elettori. Ma usare la toga come mantello di autorevolezza per condizionare un referendum è una pratica che svilisce la democrazia e lascia i cittadini, di ogni colore politico, drammaticamente più soli e indifesi.


FAQ: Tutto quello che devi sapere sul Referendum e la Magistratura

Quando si vota per il prossimo referendum in Italia?

Gli italiani sono chiamati alle urne per il referendum 22 e 23 marzo. I seggi saranno aperti la domenica e il lunedì mattina, permettendo ai cittadini di esprimersi sui quesiti proposti.

Perché si parla di politicizzazione della magistratura in questa occasione?

Si parla di politicizzazione della magistratura perché numerosi magistrati in servizio stanno conducendo attivamente una campagna elettorale, schierandosi pubblicamente per il Sì o per il No ai quesiti referendari, minando così l’immagine di terzietà e imparzialità richiesta dal loro ruolo istituzionale.

Chi è Luigi Bobbio e qual è il suo ruolo in Campania?

Luigi Bobbio è un magistrato con un forte passato politico: è stato senatore ed ex sindaco di Castellammare di Stabia. Attualmente, in vista del referendum, è diventato uno dei volti più attivi in Campania a favore del Sì, girando i comuni della regione per promuovere il voto con un forte attivismo politico.

Perché l’intervento di figure come Nicola Gratteri fa discutere?

Nicola Gratteri è un magistrato di altissimo profilo nella lotta alla criminalità organizzata. Tuttavia, i suoi interventi mediatici spesso netti e polarizzanti su riforme e referendum sollevano polemiche. Molti ritengono che l’esposizione eccessiva di magistrati così influenti condizioni pesantemente l’opinione pubblica, incrinando il principio di neutralità della giustizia.

Tags: Campagna elettoraleCastellammareLuigi BobbioMagistraturaNicola GratteriPoliticizzazione magistraturaReferendum 22 e 23 marzoRiforma giustizia.
Pietro Di Marco

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