Otto mesi, duecentoquarantacinque giorni. Tutto ha avuto inizio con un messaggio mai arrivato a destinazione, seguito da un secondo e un terzo, e da diverse chiamate. Mai ricevuti dal telefono di Sara Pedri, che a partire dalle 7 di mattina del 4 marzo risultava staccato. Sembrava essere scomparsa la ginecologa forlivese in servizio a Trento, fino a quando la sua auto non è stata identificata nei pressi del ponte di Mostizzolo.
Un ponte da cui altre persone, in precedenza, avevano compiuto un gesto estremo. Un luogo che la 31enne, la mattina del 4 marzo, aveva cercato su internet alle 6.18. «A otto mesi di distanza, siamo convinti che sia arrivata in quel punto dopo una decisione fulminea, per togliersi il male che l’affliggeva», spiega la sorella Emanuela, che si batte per fare luce sui maltrattamenti operati all’interno del reparto di ginecologia e ostetricia di Trento (l’ex primario Saverio Tateo sarà licenziato dall’Azienda sanitaria ed è indagato dalla Procura di Trento insieme alla sua ex vice Liliana Mereu). Umiliazioni e demansionamenti che avrebbero generato in Sara, in soli tre mesi e mezzo, un malessere insanabile.
Emanuela Pedri, oggi sono 8 mesi dalla scomparsa di sua sorella. Che giorno è per la vostra famiglia?
«Il 4 di ogni mese è un giorno sofferto. Organizziamo una messa per ricordare Sara insieme alle persone che la conoscevano. È un momento di preghiera, che serve soprattutto a mia madre, per avere un luogo in cui pregarla, visto che non abbiamo ancora trovato il suo corpo. A noi serve che ricerca di Sara prosegua per chiudere un cerchio».
Nel lago di Santa Giustina, qualche giorno fa, sono tornati i ricercatori. Avete ricevuto notizie incoraggianti?
«Siamo in costante aggiornamento con i carabinieri di Cles, ma per ora non ci sono novità. Quando l’acqua si abbasserà di 20 metri, tra febbraio e aprile, dovrebbero affluire camminamenti su cui i cani molecolari potranno tornare ad annusare tracce. Le prime due volte, la presenza di Sara era stata avvertita in un punto del lago lontano dalle sponde. Di norma, se un corpo si muove sul fondo di un bacino, si avvicina ai bordi. In tal caso, ci sarebbero più probabilità di chiudere le ricerche. Per ora, le temperature non consentono grandi risvolti».
C’è qualcosa che non è stato fatto?
«I sub che hanno perlustrato il fondale del lago sono arrivati fino ai 30 metri di profondità, usando rover e scanner sofisticati. Non si vede nulla, il lago è torbido e gelido. Come familiari, per non lasciare nulla di intentato, chiederemmo di arrivare fino ai 50 metri di profondità. Ma vanno considerati anche i rischi che corrono i sub nel corso delle ricerche».
Voi familiari siete convinti che Sara sia nel lago di Santa Giustina e in nessun altro luogo?
«Sì. Nei primi tre mesi non avevamo le idee chiare, ci mancavano gli elementi di comprensione. Ora, a otto mesi di distanza, per noi è tutto molto chiaro. Gli indizi portano al Lago di Santa Giustina. Conoscendo mia sorella, non ci avrebbe mai lasciati in una situazione di questo genere guardandoci dall’esterno. Sara si era ammalata e ha pensato di liberarsi con un gesto estremo dal male che l’affliggeva. Non vedeva l’ora di togliersi quel malessere che la portava ad abbracciarsi lo stomaco e a scostare il colletto della camicia come se volesse uscire da una gabbia»
