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Home Cronaca

Caso Vannini, Andrea Scanzi “umilia” Martina Ciontoli: “Povera Stellina? Ha protetto il padre, non Marco”

by Pietro Di Marco
23/05/2021
in Cronaca
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Caso Vannini si torna al Processo: ecco la sentenza della Cassazione
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Quando usciamo? Voglio andare via da qui. È un’ingiustizia, non volevamo la morte di Marco”.
È quello che ripete Martina Ciontoli, (finalmente) reclusa nella sezione femminile del carcere femminile di Rebibbia con sua madre Maria Pezzillo. Povera stella: la piccola vuole andare via da lì.
Martina Ciontoli è stata condannata in via definitiva a 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo in omicidio. Stessa pena comminata alla madre e al fratello di Martina, Federico. Il padre, l’omicida Antonio, si è beccato 14 anni.
Pene perfino “benevole”, tenendo conto dell’agonia indicibile che questa esimia famiglia ha inferto a Marco Vannini, ma la martire Martina ha perfino il coraggio di puagnucolare. E c’è pure qualche “giornalista” che la difende. Da vomito.
Martina Ciontoli era quella che più tutti doveva adoperarsi per salvare Marco. Che più di tutti avrebbe dovuto soffrire. Marco era il suo fidanzato! Invece no. Dopo il colpo partito dalla Beretta del padre, Martina non ha fatto nulla di decisivo per salvare Marco. Lo ha visto agonizzare per ore, ma la sua priorità è sempre stata quella di proteggere il padre, coprendolo e obbedendogli.

Riavvolgo tristemente il nastro.

La sera del 17 maggio 2015, nella casa dei distinti Ciontoli a Ladispoli, Marco viene colpito da uno sparo partito dalla pistola del “suocero” Antonio. Marco è ferito, circondato dalla famiglia della fidanzata, ma la telefonata al 118 parte solo quaranta minuti dopo lo sparo. QUARANTA minuti dopo.
La fidanzatina e povera martire Martina, cosa fa di concreto in tutto questo tempo per salvare il suo fidanzato agonizzante? Nulla.
La prima telefonata all’operatore del 118 è di Federico Ciontoli, figlio di Antonio e fratello di Martina, che riferisce che un ragazzo ha avuto un mancamento per uno scherzo. La cornetta passa a un altro fenomeno della vicenda, la madre, che chiude il telefono affermando che richiamerà in caso di bisogno. Davvero una famiglia di persone meravigliose.
La fidanzatina e povera martire Martina, cosa fa di concreto in tutto questo tempo per salvare il suo fidanzato agonizzante? Nulla.
Poco dopo la mezzanotte al 118 arriva un’altra telefonata: stavolta è del potente capofamiglia Antonio Ciontoli, che riferisce di un ragazzo che si è infortunato nella vasca da bagno con la punta di un pettine. Con LA PUNTA DI UN PETTINE. L’operatrice sente in sottofondo lamenti e urla di Vannini. Marco ripete: “Ti prego, ti prego, ti prego, poetami a casa”. La sua voce è così devastata e anomala che l’operatrice chiede se il ragazzo diversamente abile.
La fidanzatina e povera martire Martina, cosa fa di concreto in tutto questo tempo per salvare il suo fidanzato agonizzante? Nulla.
L’ambulanza arriva a mezzanotte e 23 minuti: alle 00:54 Ciontoli, al Posto di primo intervento di Ladispoli, il capobranco Ciontoli parla di un colpo partito accidentalmente. Poco dopo le 3 del mattino del 18 maggio, Marco Vannini muore.
La povera Martina martire, al Posto di primo intervento di Ladispoli, arriva venti minuti dopo Marco. Se la prende comoda. Per i genitori di Marco, uno dei dolori più grandi è stato proprio il comportamento di Martina. “Invece di aiutare Marco aiuta il padre a depistare le indagini, contribuendo ad avvalorare la versione da lei fornita”: così hanno scritto i giudici della Corte di Assise.
Martina protegge il padre dall’inizio. Ha davanti il fidanzato che agonizza, ma sta dalla parte del padre. Non sapendo di essere intercettata, poche ore dopo la morte di Marco dice al fratello e alla sua fidanzata Viola Giorgino (unica assolta): “Marco gli faceva “leva un po’ sta pistola puntata”. Io ho visto papà quando gli ha puntato la pistola e gli ha detto è uno scherzo, è aria, e lui gli ha detto non si scherza così ed è diventato pallido”. Mentre dice tutto questo è nella caserma di Civitavecchia, e la sua preoccupazione primaria resta parare il culo al padre. Non certo piangere il fidanzato e dargli almeno giustizia.
La sua condotta è semplicemente indecente. Nelle sue prime testimonianze, Martina dice che il colpo è partito perché la pistola è scivolata dalle mani del padre nella vasca. Mente sapendo di mentire. Soltanto in una seconda fase Martina dirà che il colpo è partito in bagno mentre il padre scarrellava “per scherzo”. Convinto che fosse scarica.
Martina Ciontoli, che ora frigna perché è in galera, è la stessa che poche settimane dopo la morte di Marco appare spensierata in alcuni selfie pubblicati sui suoi profili social.
È la stessa che, due giorni dopo la morte di Marco, dà un esame all’università e si lamenta pure del voto. Usando la morte del compagno come alibi. “Su, mi metta ventotto, sa, non ho potuto prepararmi come avrei voluto. Non li legge i giornali? Sono quella a cui è morto il fidanzato”. Così avrebbe detto al professore.
È la stessa che (lecitamente, per carità) si è poi rifatta senza neanche aspettar tanto una nuova vita, con un nuovo compagno.
È la stessa che si è laureata con lode in Scienze infermieristiche, ma da infermiera in pectore non fece nulla di concreto per salvare in tempo il fidanzato.
Martina Ciontoli, in quell’inferno che fu la notte tra il 17 e 18 maggio 2015 a Ladispoli, è la figura che per molti aspetti ne esce peggio. Moralmente peggio. Quello che fece, di concerto con la sua famiglia, resterà nei secoli indecente e imperdonabile.
Non ti piace la galera, povera stellina? Pensa quanto dev’essere piaciuto a Marco agonizzare per ore, soffrendo come un cane, mentre la donna che amava non faceva nulla per salvarlo.
Pietro Di Marco

Pietro Di Marco

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