Manca poco più di un mese all’appuntamento cruciale del 22 e 23 marzo 2026. Quello che doveva essere il sigillo definitivo del Governo Meloni sulla riforma della Giustizia – con la storica separazione delle carriere – si sta trasformando in una partita a scacchi ad altissimo rischio. I dati che circolano nelle segrete stanze dei partiti raccontano una storia diversa dalla narrazione ufficiale: la vittoria del “Sì” non è più così scontata.
Se fino a gennaio il vantaggio governativo sembrava blindato, gli ultimi sondaggi registrano un’inversione di tendenza che preoccupa Palazzo Chigi. Il fronte del “Sì” si attesterebbe ora intorno al 53%, con un margine di errore che rende la partita contendibile. Ma a pesare non sono solo i numeri: è il clima sociale, diventato improvvisamente incandescente.
L’effetto Torino e la strategia della tensione
Non si può analizzare questo voto senza guardare a quanto sta accadendo nelle piazze. I recenti e gravi fatti di Torino, con il ferimento dell’agente di polizia e i sabotaggi alla linea TAV, sono entrati prepotentemente nella campagna referendaria. La maggioranza sta utilizzando questi episodi per compattare l’elettorato d’ordine, dipingendo il Paese come sotto assedio da parte di “violenti e antagonisti”.
Tuttavia, questa strategia è un’arma a doppio taglio. Polarizzare lo scontro tra “Stato” e “Antistato” rischia di trasformare il Referendum tecnico sulla Giustizia in un plebiscito politico sul Governo. E la storia recente insegna (il fantasma di Renzi nel 2016 aleggia ancora) che personalizzare un referendum costituzionale è il modo più rapido per risvegliare l’elettorato dormiente dell’opposizione.
I rischi per Meloni: vittoria mutilata o boomerang?
La Premier Giorgia Meloni si trova a un bivio. Una vittoria netta le consegnerebbe lo scalpo della magistratura politicizzata, chiudendo un cerchio aperto trent’anni fa. Ma una vittoria risicata, o peggio una sconfitta, aprirebbe una crepa sismica nella maggioranza, specialmente con una Lega che ha fatto di questo referendum la sua bandiera identitaria.
Il fronte del “No”, guidato dall’ANM e sostenuto da gran parte dell’opposizione (seppur con i distinguo dei riformisti), sta guadagnando terreno puntando su un messaggio semplice: la riforma non velocizza i processi, ma serve solo a controllare i giudici. Nelle prossime settimane, la sfida si giocherà sui talk show ma soprattutto sulla capacità di mobilitazione. Se il Governo continuerà a usare il “vittimismo” come arma di distrazione di massa, potrebbe scoprire a marzo che gli italiani, nelle urne, votano con la testa e non solo con la pancia.
