Cronaca

Tragedia del Verminio, il soccorritore Angelo Licheri ricorda Alfredino: “Ci penso ogni giorno”

Nel sentirlo parlare, è come se da quel pozzo artesiano non sia mai uscito. Racconta nel dettaglio della discesa, di come la roccia gli abbia scorticato la pelle, dell'”incontro” con Alfredino Rampi, dei numerosi tentativi di salvarlo, di come, per confortarlo, gli promettesse di comprargli una bici o di portarlo a pesca. Così come di quell’ultimo saluto sofferto: un bacio volante e “Ciao piccolino”.

Eppure, da quel pozzo di Vermicino che il 10 giugno 1981 ha inghiottito Alfredino, Angelo Licheri, il soccorritore volontario sardo che ha rischiato la vita, rimanendo sospeso a testa in giù per 45 minuti per tentare di salvare il piccolo di 6 anni, è uscito 40 anni fa. Senza il bambino.

“Vorrei che questa tragedia restasse nel cuore di tutti. Per me è impossibile scordarla, penso ad Alfredino in ogni momento”, spiega il 76enne che allora di anni ne aveva 36 e lavorava come autista in una tipografia di Roma. Non si sente un eroe, ma neanche uno sconfitto. Non ha alcun rimpianto, al contrario pensa di aver fatto tutto il possibile, “e forse qualcosina di più”. A Tgcom24, Licheri racconta la sua vita 40 anni dopo la tragedia che lo ha segnato profondamente. E ripercorre quei momenti di speranza e delusione.

Cosa ha fatto allora?

Il terzo giorno non ce l’ho più fatta. Dopo una giornata di lavoro, sono tornato a casa e ho detto a mia moglie: “Vado a prendere le sigarette”. Invece, sono andato a Vermicino. Quando uno sente qualcosa dentro, deve farla. Non conoscevo l’indirizzo preciso, ma, a un certo punto, ho incontrato una lunga coda di macchine e ho capito di essere nella direzione giusta.

Ho parcheggiato e ho proseguito a piedi perché i carabinieri indirizzavano le auto a dirigersi verso un’altra strada. Ho corso per 2 chilometri e mezzo, forse 3, a testa bassa, come se stessi facendo una maratona. C’era un viavai di persone che andavano e tornavano. Qualcuno mi diceva: “Dove vai?” Ma io non sentivo, tiravo dritto e basta. A un certo punto, trovandomi vicino a una strada sterrata, dove c’era il pozzo, anche proseguire a piedi era impossibile perché i carabinieri non davano il permesso di passare.

Allora sono tornato indietro, ho percorso forse 300 metri e, tirando su il filo spinato, come un ladro, quatto quatto, mi sono infilato dentro una vigna, con la paura che magari mi scoprisse il padrone. Avvicinandomi a metà vigna, iniziavo a sentire le voci, la confusione della gente. Di lì a poco mi sono ritrovato in mezzo alla mischia. I carabinieri non facevano passare nessuno.

Mi sono detto: “E adesso per entrare cosa mi invento?”. Ho toccato un militare e gli ho detto: “Scusi, può dire a Elveno (Pastorelli, responsabile delle operazioni di salvataggio, ndr) che è arrivato Angelo?”. Sapevo che spostandosi, l’agente avrebbe lasciato libero quel buco. Così sono andato a parlare con la madre di Alfredo e con Pastorelli.

per l’Intervista Completa Tgcom24