Arriva di corsa con la sua Fiat Alpina, scende vestito da ciclista, ti scruta giusto quei due secondi e passa subito al tu, veloce, gentile, diretto: «Cosa vuoi chiedermi? Andiamo sull’altopiano a farci un giro? Vuoi entrare in casa?». Entriamo in casa, un appartamentino al primo piano di un palazzo popolare del rione San Giovanni, nella Trieste che sale ripida verso il Carso. E qui, in queste stanze, tutto parla di Lilly, le foto, i vestiti, le piante, gli occhiali. Perfino il calendario manuale, fermo alla data del 14 dicembre 2021: il giorno della sua scomparsa.
«Lo aggiornava lei, non ho più toccato nulla». Nessuno al mondo vorrebbe essere oggi Sebastiano Visintin, il fotografo in pensione sul quale grava un pesante sospetto — nonostante non risulti indagato — in relazione alla tragedia della moglie, Liliana Resinovich, ritrovata mercoledì scorso senza vita nella boscaglia del vicino ex Ospedale psichiatrico di San Giovanni. Era rannicchiata all’interno di due sacchi neri dell’immondizia con la testa infilata in una busta di nylon legata al collo. Per gli inquirenti non è ancora certo che sia un omicidio. Lo diranno i medici legali che devono eseguire l’autopsia preceduta da una tac.
Cosa pensa sia successo?
«Che sia stata uccisa e che presto avremmo un colpevole. Liliana comunque non si sarebbe mai suicidata, a me sembrava felice e se non lo era significa che io non ho capito nulla di lei, cosa che escluderei visto che ci conosciamo da più di trent’anni».
Eppure qualcuno l’ha vista cupa negli ultimi tempi. Soprattutto questo amico di vecchia data, Claudio Sterpin, un suo ex oggi ottantaduenne che aveva ripreso a frequentare da alcuni anni. Dice che fra di voi le cose non andavano bene, che lei voleva separarsi, anzi, aveva anche deciso il giorno in cui gliel’avrebbe detto, il 16 dicembre. Le aveva anticipato qualcosa?
